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Chi sono

Dr. Salvatore Cuccomarino

Una passione nata fin da piccolo

Sono sempre stato curioso ed affascinato da tutto ciò che mi circonda. Ho avuto la fortuna di nascere in un piccolo paese sulle rive del mar Jonio, in Calabria. Negli anni ‘70 e ‘80, in posti come quello, i bambini potevano crescere liberi, non solo dalle paure che oggi ingabbiano in casa i ragazzini  nelle grandi città, ma anche – e forse soprattutto – dai finti bisogni che oggi ci sono imposti dalla società. All’epoca, l’essere era più importante dell’avere.

La mia curiosità era vivissima, come quella di tutti i bambini; e la natura, lo stesso paesaggio intorno a me, mi davano continuamente spunti per infuocarla ulteriormente. Perché le onde si muovono? Perché il mare è di un colore la mattina, di un altro la sera, di un altro ancora quando piove? Com’è possibile che da un albero secco a primavera nascano dei fiori bellissimi?

Pensavo che la vita fosse una splendida rappresentazione in cui tutte le parti, tutti gli attori, dipendessero l’uno dall’altro, fossero tutti indispensabili ed in armonia, ognuno con il proprio ruolo interconnesso con quelli altrui, e che io ero uno di quegli attori, come un piccolo atomo che entra a far parte di una molecola molto più grande, ma senza il quale la molecola sarebbe completamente diversa.

Giunto all’università, mi appassionai alle discipline che più rappresentavano questo principio di unicità ed indispensabilità nella complessità: biochimica, fisica, anatomia, fisiologia… Quando però arrivò il momento di affrontare la realtà ospedaliera, cominciai a rendermi conto che nei pazienti che vedevo ricoverati c’era qualcosa di profondamente disarmonico: non tanto e non solo la malattia in sé, ma anche il modo di affrontarla.

Avevo deciso sin da subito di fare il chirurgo, proprio perché il chirurgo vede con i propri occhi la malattia e mette le proprie mani, oltre alla propria intelligenza, al servizio della cura del paziente; ma mi turbava l’invasività della chirurgia anche nell’affrontare problemi “minori”, mi molestavano il dolore del paziente e la poca voglia dei miei mentori dell’epoca di preoccuparsene.

Erano gli anni in cui arrivavano dalla Francia le prime notizie di un’equipe di chirurghi di Lione, guidata da Philippe Mouret, che era riuscita a realizzare una colecistectomia, ossia l’intervento di asportazione della colecisti, semplicemente praticando quattro piccoli fori nell’addome del paziente; questa tecnica era stata chiamata laparoscopia, ed era stata sviluppata grazie ai grandi avanzamenti tecnologici di quegli anni.

Nei nostri ospedali, invece, salvo rare eccezioni, per asportare la colecisti si facevano delle incisioni di una trentina di cm, che provocavano nei pazienti un intenso dolore postoperatorio e li obbligava nel letto per una settimana. I pazienti operati in laparoscopia, invece, tornavano a casa un paio di giorni dopo l’intervento. Che differenza straordinaria: la chirurgia poteva dunque essere “gentile”, senza dolore, rispettosa dell’integrità del corpo e dello spirito del paziente.

Dopo essermi laureato con lode, approdai a Bologna per specializzarmi in Chirurgia generale.

Entrato nella seconda scuola di specializzazione in Chirurgia generale, mi venne assegnato come tutor un uomo straordinario, un chirurgo geniale che avrebbe segnato profondamente la mia storia professionale: il professor Giovanni Ussia, calabrese come me. Il professor Ussia aveva studiato negli Stati Uniti e in Francia ed era uno dei pochissimi chirurghi italiani dell’epoca a padroneggiare le tecniche mininvasive laparoscopiche non solo in ambito chirurgico ma anche uro-ginecologico. Con lui iniziai il mio percorso di apprendimento della chirurgia addominale minimamente invasiva, tra cui la riparazione delle ernie inguinali per via laparoscopica. Questo procedimento, lo confesso, all’inizio mi lasciava perplesso.

In effetti, l’ernioplastica inguinale “tradizionale” prevede di effettuare una incisione relativamente piccola e consente di riparare l’ernia in anestesia locale, con una tecnica semplice e con dimissione lo stesso giorno dell’intervento. Al contrario, pur essendo l’accesso dell’ernioplastica laparoscopica molto meno invasivo (una incisione da 10 mm e due da 5 mm), la tecnica è molto più difficile e l’anestesia è generale, per cui il paziente viene dimesso il giorno dopo l’intervento. Quando io esponevo al mio professore i miei dubbi, lui rideva e mi diceva: “sei giovane Salvatore, non hai ancora esperienza, ma capirai presto che meno è più“. Meno è più: gliel’ho sentito ripetere centinaia di volte: meno è più. Naturalmente aveva ragione lui: quanto meno si aggredisce chirurgicamente il corpo del paziente, tanti più sono i vantaggi per lui: meno dolore, meno sanguinamenti, meno convalescenza, più rapida ripresa, più veloce ritorno alle proprie attività quotidiane, alla propria vita. Potremmo dire che la chirurgia laparoscopica “regala vita” al paziente.

Nella chirurgia di parete – quindi nella chirurgia delle ernie inguinali e addominali, dei laparoceli e della diastasi dei retti – questo è ancora più vero; per esempio, il dolore inguinale cronico e le alterazioni della sensibilità cutanea sono circa la metà dopo riparazione laparoscopica dell’ernia inguinale rispetto alla riparazione aperta, e la probabilità di avere una recidiva si riduce del 30-50%.

Nella diastasi, se si confronta la REPA con l’addominoplastica, il dolore post operatorio è enormemente ridotto, le recidive dal 40% dell’addominoplastica scendono a circa il 3% della REPA, il rischio di necrosi cutanea e dell’ombelico si riduce dal 25 circa allo 0%. Meno invasività, più vantaggi per il paziente. Sempre.

Da allora, nel tempo, mi sono imposto di offrire ai miei pazienti il “plus” della minor invasività, in tutti gli interventi possibili.

L’evoluzione professionale

La mia attività è di fatto nata nel 2008, con la mia decisione di lasciare l’Italia alla volta della Spagna. Ero già da 7 anni assunto in ospedale con contratto a tempo indeterminato, ma non tolleravo l’organizzazione del lavoro, il sistema piramidale che ancora oggi affligge la sanità pubblica italiana, a causa del quale è molto difficile, per un medico e per un chirurgo soprattutto, evolversi professionalmente.

In particolar modo, ancora oggi in Italia la chirurgia della parete addominale è considerata una chirurgia “minore”, più seccante che utile: ciò nonostante essa rappresenti circa il 30% di tutta la chirurgia effettuata in un ospedale ogni anno ed alcune delle sue tecniche chirurgiche, soprattutto quelle mininvasive, siano ad elevatissima complessità. Inoltre, le procedure minimamente invasive per la chirurgia dei difetti della parete addominale hanno conosciuto un incremento percentuale di gran lunga superiore rispetto a quello per altre patologie, chiaro segno della complessità e dell’evoluzione tecnologica che questa chirurgia ha avuto in questi anni – dappertutto, meno che in Italia. 

In Spagna trovai un ambiente di lavoro completamente all’opposto rispetto alla realtà italiana: ampia libertà ed autonomia del medico, meritocrazia, spazio molto ampio per la chirurgia mininvasiva: un terreno ideale per coltivare le mie aspirazioni e le mie ambizioni.

Tornato in Italia nel 2012, ho cercato di trasferire nella mia pratica clinica quotidiana l’esperienza accumulata in Spagna. Aprii il mio primo studio libero-professionale, che per scarsità di risorse è stato per un paio d’anni localizzato all’interno dell’ospedale dove lavoravo. Iniziai ad applicare le tecniche mininvasive apprese in Spagna, nel campo della proctologia, della chirurgia delle ernie e dei laparoceli e della chirurgia addominale.

Dal momento che la chirurgia del colon e dello stomaco era a quel tempo monopolizzata dal primario dell’epoca, decisi di investire su una nicchia ancora libera, la chirurgia di parete appunto, e di superspecializzarmi nelle tecniche mininvasive.

Continuai a frequentare assiduamente l’ambiente chirurgico iberico e latinoamericano e ad imparare dai miei amici e colleghi stranieri tutto quello che potevo.

In particolare, appresi dell’ ”esistenza” della diastasi dei retti come entità patologica (in Italia è stata a lungo una condizione “dimenticata”, considerata solo sul versante estetico, senza che nessuno si sia mai curato di approfondirne i risvolti patologici) e di una nuova tecnica per la sua riparazione, la REPA, messa a punto da Derlin Juarez Muas, un brillante chirurgo argentino mio amico.

Cercai di capire in cosa consistesse esattamente la diastasi; e quando venni a sapere che colpisce il 33% delle donne dopo il parto, una platea ENORME  di pazienti che ogni anno venivano “squartate” con l’addominoplastica, con risultati funzionali davvero poveri, capii che quello era lo spazio che potevo e dovevo occupare.

Allora chiesi a Derlin di insegnarmi passo passo la sua tecnica: era l’inizio del 2017. Cominciai ad esplorare l’ambiente italiano, e scoprii che da noi, da una parte, la grande maggioranza dei chirurghi sottovalutava od ignorava completamente l’esistenza della diastasi dei retti; mentre dall’altra cominciavano a formarsi delle comunità di pazienti affette da tale patologia e molto attive sui social, che divulgavano notizie – a volte anche molto sbagliate – sulla condizione.

Decisi allora di cominciare ad interagire con queste communities, raccontando loro che non era necessario sottoporsi ad interventi di grande invasività per risolvere la diastasi – che, insomma, anche in questo caso meno è più – e che l’uso della rete, che nella REPA è “obbligatorio”, avrebbe ridotto enormemente le recidive. Cominciarono così ad arrivare in studio le prime pazienti.

Il mio lavoro oggi

Il 3 agosto 2017 eseguii, per la prima volta in Europa, la REPA. Da allora, affinando la mia tecnica e introducendo alcune varianti che hanno semplificato la procedura, di REPA ne ho fatte più di 350. Sono, a quel che dicono, il chirurgo che ha la più grande casistica di REPA attualmente nel mondo.

L’addominoplastica continua ad avere le sue indicazioni, nelle pazienti con grembiuli adiposi / pelle in eccesso: ma in tutti gli altri casi è insensato proporre ad una paziente un intervento tanto invasivoe con tante complicanze postoperatorie per correggere una diastasi dei retti.

Oggi la diastasi dei retti è entrata, come argomento, anche nei congressi delle società scientifiche che si occupano di chirurgia della parete e di chirurgia minimamente invasiva; così come si sta facendo strada, quanto meno come attitudine mentale, l’idea dell’importanza della fisioterapia postoperatoria nei pazienti sottoposti ad intervento per diastasi dei retti e per altri grandi difetti della parete addominale.

Anche questa idea l’avevo “rubata” a Derlin: sono stato il primo ad introdurla in Italia e ad elaborare, insieme con la mia fisioterapista, un protocollo di recupero funzionale postoperatorio, basato sulla ginnastica ipopressiva di Marcel Caufriez (una forma avanzata di fisioterapia, nel 2017 praticamente sconosciuta in Italia ma che da allora è diventata molto popolare), protocollo che è stato il primo del suo genere e che oggi è utilizzato da molti Colleghi in tutto il mondo.

Ma non mi sono fermato lì. 

Oggi il mio team, composto da Chirurghi, Anestesisti, Terapisti del dolore, Fisioterapisti, Nutrizionisti e Medici esperti in Medicina Antiaging, propone un approccio integrato a quella che, di fatto, possiamo definire un’insufficienza dell’abdominal core, che attraverso la preparazione muscolare, la correzione di abitudini dietetiche sbagliate, la prevenzione e la cura del dolore postoperatorio, il rimodellamento del grasso corporeo e l’utilizzo delle cellule staminali e dei fattori di crescita in esso contenuti, lo studio dei markers genetici dell’invecchiamento dei tessuti e degli organi e l’integrazione di stili di vita che rallentino i processi di deterioramento dell’organismo, affronta il tema della diastasi dei retti e delle sue conseguenze in un più ampio progetto di recupero del benessere fisico e psichico globale del paziente

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